Scritti di Eugenio Corti – Leggenda umbra

Gli ultimi soldati del reBrano tratto da Gli ultimi soldati del re – selezionato nel 2008 da Eugenio Corti per i lettori di questo sito.

Di lì a non molto, coi primi albori, attraversammo in colonna Perugia.

Sotto il cielo violaceo le alte mura, la rocca, le case, le vie selciate dell’aristocratica città, avevano la bellezza insigne ch’è propria del crepuscolo e delle notti di luna. Allora, per la scarsa luce, le opere degli uomini mostrano soltanto l’essenziale in esse posto dall’artefice: le miserie spicciole e le brutture, retaggio del peccato originale, non si scorgono; le opere appaiono pure, come passate attraverso un loro purgatorio.

<< Che bella città! >> mormorava al mio fianco il soldato autista ad ogni silenziosa visione nuova: <<Però! Com’è bella la città di Perugia!>>

Nelle chiese medievali i guerrieri giacevano col capo appoggiato a guanciali di pietra, le mani chiuse sul petto intorno all’elsa della pesante spada, simile a una croce. Di pietra hanno i volti, il corpo, i giachi e gli altri vestimenti, di pietra l’ascia legata al fianco, che fu così temuta nei campali duelli. Ma dicono che il loro cuore non sia di pietra e, stretto nella morsa della pietra, sia condannato a soffrire finché dureranno le fazioni con cui essi, primi, divisero la nostra gente.

Dicono anzi che talvolta, quando per l’ora antelucana la terra sotto il cielo umbro è simile al paradiso, dormendo ancora gli uomini, quel popolo di statue si desti. Forse è una concessione che Dio fa a santo Francesco. Allora i guerrieri lasciano le chiese, e avanzando tra i colli si lamentano altamente: a loro non è dato ormai di riparare. Il contadino umbro scambierà forse, considerandole, le tracce che hanno lasciato nella rugiada per quelle della lepre furtiva. Ma le antiche donne odono il loro lamento e scendono dagli affreschi e dalle tavole dipinte, e gli angeli le seguono recando gigli, e le monache medievali sorgono dai loro avelli senza nome, e il popolo modesto dei frati vestiti di bigello esce dalla terra. Lascia la propria urna santa Chiara, e angeli, guerrieri, frati, donne e monache, tutto il popolo, si mette dietro a lei in lunga processione, e canta: << O Dio >> dice, <<Dio d’amore del nostro padre Francesco, ascolta noi del tuo antico popolo italico che in paradiso non abbiano pace finché durano le fazioni che dal nostro tempo lo dividono. Ridona a questo popolo l’unione, o Dio>>.

La celestiale processione, trascorrendo i declivi dell’Umbria scolpita nell’argento, muove verso Santa Maria degli Angeli; e i passeri laudanti le si uniscono nel coro, e le francescane rondini, e l’allodola del piano umbro vestita de bigello,e tutti echeggiano: <<Ridona a questo popolo l’unione, o Dio. >>

Dicono che giunta alla basilica, la mistica processione si fermi, quindi l’intero popolo grida:<< Togli o Dio dall’Italia le fazioni. Ahinoi! Al nostro tempo ebbero inizio, a da allora il nostro non e più un popolo. Noi torneremo a scongiurarti fino a che tu le tolga, o Dio.>>

Reggendole per la punta, i guerrieri alzano poi le lunghe spade simili a croci, e gridano: << Perdona, o Dio!>>

E gli angeli sollevano ciascuno il suo pesante giglio dicendo: << Così sia. >>

Dicono che quando Dio accoglierà la preghiera, le rose del roseto torneranno all’improvviso a fiorire, e i guerrieri da allora dormiranno in pace. Ma fino ad oggi il suono bronzeo delle campane di Mattutino ha ricondotto quel popolo di spiriti inesaudito ai sepolcri.